Libri

MONOGRAFIE

2026

Giovanni Manetti

San Sebastiano. Iconografia e semiotica dall’antichità a oggi, Carocci Editore, Roma, 2026

Giovanni Manetti
San Sebastiano. Iconografia e semiotica dall’antichità a oggi

L’interesse degli artisti per san Sebastiano, divenuto santo protettore contro la peste a partire dal xiv secolo, inizia dal v secolo e arriva fino a oggi, toccando pittura, scultura, letteratura, teatro, cinema e videoclip. Il volume analizza quattro modelli iconografici che si sono sviluppati nel tempo: un uomo anziano, con la barba e i capelli bianchi, nei secoli v-xiii; un arciere medievale dalle ricche vesti, nei secoli xiv-xv; un giovane seminudo -l’immagine più nota -legato a un albero o a una colonna, trafitto da frecce, nei secoli xv-xvi, con forme che vengono sempre più erotizzate nel corso del tempo; e infine, dopo il Concilio di Trento, disteso a terra e curato dalla vedova cristiana Irene per le ferite del primo martirio. Sebastiano ricompare, poi, nel Novecento come protagonista del dramma lirico di d’Annunzio e Debussy, Le martyre de Saint Sébastien, del film di Jarman, recitato in latino, Sebastiane, e di alcune campagne pubblicitarie, tra cui quella di Weber per Versace. È infine assunto dalla cultura gay come metafora del martirio dovuto all’esclusione e alla ripulsa sociale nei confronti di una comunità considerata deviante.

Recensione di Simona Buscaglia su Il corriere della sera – La lettura del 2/8/2026

Recensione di Gianluca Moreschi su Exibart del 27/8/2026


27AGOSTO 2026

Un libro al giorno. San Sebastiano di Giovanni Manetti

di Gianluca Moreschi

Torna la rubrica “Un libro al giorno”, per presentare romanzi e saggi, ultime pubblicazioni e grandi classici. Non solo arte e storie di artisti, ma anche critica, filosofia, attualità e cultura a 360 gradi. Consigli di lettura dai nostri autori e autrici da mettere in valigia e portare con sé

Uno dei libri d’arte più interessanti usciti di recente è San Sebastiano. Iconografia e semiotica dall’antichità a oggi, scritto dal professor Giovanni Manetti e pubblicato da Carocci. Il sottotitolo chiarisce immediatamente il nucleo della ricerca: seguire, attraverso i secoli, le trasformazioni di una delle figure più persistenti e riconoscibili dell’immaginario cristiano e occidentale. Se è vero, infatti, che l’immagine che ci viene immediatamente in mente pensando al santo è quella celeberrima del martirio, con il corpo trafitto dalle frecce, in realtà la sua rappresentazione non è mai stata univoca. Al punto che è possibile individuarne ben quattro modelli.

Lo splendido saggio del Professor Manetti, onorario di semiotica, già docente alle Università di Bologna e Siena, ci guida alla ricerca dei modelli con cui Sebastiano, protettore dalla peste e dalle epidemie, insieme ad altri santi, dalla tarda antichità fino ai giorni nostri ha mutato la sua rappresentazione nel corso dei secoli. La prima e più sorprendente, distante anni luce da quella consueta, è di un anziano canuto con la barba bianca e una lunga tunica, cristianizzazione della figura del filosofo, oppure un comandante militare. In questo caso si tratterebbe di un padre protettivo e affidabile. A cavallo tra XIV e XV secolo compare il secondo modello iconografico che, in base alle rappresentazioni tipiche dell’epoca feudale, si trasforma in un cavaliere nel pieno della sua giovinezza. Gli artisti insistono sulla fastosità e la ricchezza dell’abbigliamento a dimostrarne l’ascendenza nobile. Subito dopo si fa strada il Sebastiano così come lo conosciamo, trafitto dalle frecce su ordine dell’imperatore Diocleziano, in alcuni casi divenendo quasi un riccio ricoperto di aculei.

È il momento in cui diviene protettore contro la peste grazie a un sincretismo in cui vengono rielaborati i modelli legati alla rinascita del classicismo, di Adone, per quanto riguarda l’avvenenza e Apollo, arciere ma soprattutto Dio della medicina attraverso suo figlio Asclepio, divenendo così protettore contro la morte nera. La quarta fase coincide col Concilio di Trento e con la Controriforma. Il santo non solo viene visto in posizione sdraiata e non legato a un albero coperto di frecce ma, a seguito del martirio, viene introdotta una figura femminile, quella di Irene, matrona romana di fede cristiana che, trovandolo vivo, lo cura e lo guarisce. Sebastiano, però, si ripresenterà caparbiamente davanti a Diocleziano, il quale questa volta lo farà uccidere. A partire dal XX secolo torna in auge la rappresentazione più diffusa, divenendo una vera e propria icona sia nelle pubblicità di moda che come estetizzante riferimento per la comunità gay, basti pensare al film di Derek Jarman. Attraverso questo suo mutare nel corso dei secoli, l’affermazione dell’immagine del santo diventa diffusissima a livello globale. Un testo di grande profondità, con un eccellente apparato iconografico. Una lettura consigliata non soltanto agli specialisti o agli addetti ai lavori.

Recensione di Alessandro Prato su Culture Globalist del n7/9/2026

San Sebastiano: un’icona emblematica del nostro immaginario collettivo

Nel libro di Giovanni Manetti (San Sebastiano. Iconografia e semiotica dall’antichità a oggi, Carocci 2026) la prima completa ricostruzione dell’ iconografia del santo. 

La copertina del volume 

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7 Settembre 2026 – 14.01 

di Alessandro Prato*

Il libro di Giovanni Manetti (San Sebastiano. Iconografia e semiotica dall’antichità a oggi, Carocci 2026) presenta la prima completa ricostruzione dell’intera iconografia di san Sebastiano che si è articolata costantemente e senza interruzioni dall’inizio del V secolo fino al XVII per riprendere poi con nuovo vigore nel corso del novecento, toccando non solo le arti figurative (pittura, scultura), ma anche letteratura, teatro, cinema e videoclip. L’intento dell’autore è proprio di analizzare come la figura di San Sebastiano sia stata diversamente rappresentata non solo dai grandi protagonisti della storia dell’arte (Botticelli, Piero della Francesca, Raffaello, Perugino, Mantegna, Bramante, Signorelli, Guercino e altri), ma anche da scrittori come Mishima, Mann, Rilke, Cocteau, Garcia Lorca, D’Annunzio, musicisti (Debussy), registi (Jarman) e persino pubblicitari, affermandosi come una delle icone più persistenti e riconoscibili dell’immaginario occidentale non solo religioso.

L’immagine più conosciuta e che subito ci viene in mente se pensiamo a san Sebastiano è quella del martirio con il corpo trafitto dalle frecce; in realtà la sua iconografia è più complessa e articolata, perché comprende quattro modelli che nel corso del tempo hanno dato luogo a rappresentazioni molto diverse tra loro, basandosi su due fonti: la Passio Sancti Sebastiani scritta tra il 432 e il 440 e, in seguito, la Legenda aurea, scritta da Jacopo da Varagine nel 1260.

Il primo modello iconografico si sviluppa tra il V e il XIII secolo, e vede il santo rappresentato come un uomo anziano con la barba bianca, i capelli ricciuti e canuti che indossa una tunica, oppure come un comandante militare che indossa l’armatura. Questo modello risponde all’esigenza della Chiesa di quel periodo di suscitare le conversioni, legittimare l’ordine ecclesiastico confermando l’affidabilità e l’autorevolezza dei suoi rappresentanti.

Figura 1 San Sebastiano – San Pietro in Vincoli

L’attributo delle frecce in questa prima fase è assente e comincia ad essere presente nel periodo successivo (tra il XIV e XV secolo) in cui si afferma il secondo modello iconografico che presenta Sebastiano come un cavaliere nel pieno della giovinezza con un abbigliamento ricercato; la dimensione profana prevale largamente su quella sacra visto che il santo assume le fattezze dei personaggi che frequentavano le corti italiane. La freccia svolge una funzione meramente simbolica senza alcun riferimento al martirio da lui subito. In altri casi viene raffigurato come un elegante arciere che reca in mano l’arco secondo la figura retorica della metonimia che scambia la causa per l’effetto visto che nel suo supplizio era lui ad essere bersagliato dalle frecce scagliate dagli arcieri che sono i suoi assassini. Questa inversione di ruolo si può spiegare con la nascita in quel periodo sia in Italia che in Europa delle società degli arcieri che vedono in san Sebastiano il loro protettore.

Figura 2 San Sebastiano – Bartolomeo Vivarini (1477)

È solo nella terza iconografia che emerge in primo piano, da un lato, il martirio per mano degli arcieri, dall’altro, la capacità del santo di proteggere i fedeli dalla diffusione del morbo pestilenziale che è legata al valore metaforico delle frecce rispetto alla diffusione della malattia e alla sua origine come manifestazione della collera divina contro l’umanità. Questi due elementi sono presenti nella Legenda aurea di Jacopo da Varagine che diventa il testo di riferimento per gli artisti che si cimentano con questo tema. La trattazione del tema della peste mette in relazione le epidemie storiche con la moltiplicazione e la trasformazione dell’immagine di san Sebastiano. 

L’autore illustra come il legame tra il santo, le frecce, il martirio e la protezione dalle malattie abbia acquisito una forte valenza culturale, contribuendo alla straordinaria diffusione delle sue raffigurazioni che sono molto numerose e ciò è dovuto alle continue epidemie di peste che colpivano l’Europa dell’epoca con impressionante regolarità. È il modello oggi universalmente conosciuto e che rimane predominante tra il XV e il XVI secolo: il giovane seminudo, legato a una colonna o a un albero, il corpo attraversato dalle frecce, ma sorprendentemente quasi sempre privo dei segni più cruenti del martirio. Il martire diventa l’emblema della bellezza: Il Rinascimento riscopre infatti l’ideale classico della perfezione fisica e lo trasferisce anche nell’arte religiosa, facendo di san Sebastiano uno dei soggetti privilegiati per rappresentare il nudo maschile. Mentre molti santi vengono identificati soprattutto attraverso gli strumenti del martirio o gli episodi della loro vita, Sebastiano finisce per essere ricordato principalmente attraverso il suo corpo che assume una valenza erotica sempre più evidente. Un corpo che gli artisti, da Andrea Mantegna a Perugino, da Botticelli a Guido Reni, hanno reinterpretato in modi sempre diversi, mantenendo però costante l’idea di una bellezza che stempera la sofferenza nella serenità.

Figura 3 San Sebastiano – Antonello da Messina (1478)

L’iconografia di san Sebastiano prevede poi un quarto modello (presente tra la seconda metà del XVI secolo e il XVII) che riflette il clima culturale e ideologico prodotto dalla Controriforma uscita dal Concilio di Trento che assegna un diverso ruolo all’arte religiosa, non più quello di affascinare, ma educare il fedele. L’immagine di Sebastiano seminudo con la sua bellezza apollinea, inserito in un ambiente prettamente maschile viene considerata ambigua e sconveniente. Per questa ragione si fa riferimento alla scena che segue il martirio con le frecce (descritta nella Passio Sancti Sebastiani, ma non nella Legenda aurea) in cui Sebastiano viene ritrovato ancora vivo da Irene, una nobile matrona romana, che cura le ferite sul suo corpo aiutata da un’altra donna che assiste alla scena. Questa impostazione viene ripresa da una corrente espressiva della quale fanno parte Jacomo Massa, Trophime Bigot, Josepe Ribera e altri, che adottano i moduli pittorici di Caravaggio privilegiando le visioni notturne e “a lume di candela” o “di lanterna” (p. 135). La presenza della figura femminile è importante per il suo ruolo di accudimento e assistenza che coincide con la funzione assegnata alla donna nella società cristiana. Il fulcro della narrazione non è più soltanto la bellezza del corpo e la seduzione che ne traspare, ma il tema della compassione, della cura e della misericordia, oltre che della speranza di superare la malattia.

Figura 4 San Sebastiano curato da Irene – Jacomo Massa (1630)

La storia iconografica di Sebastiano non si conclude però con questo quarto modello perché anche se nel corso del Settecento la sua immagine e la sua funzione di protettore della peste tendono a essere meno centrali (per il diradarsi delle epidemie di peste che terminano del tutto in Europa intorno al 1720 e per l’emergere di altre figure salvifiche come san Rocco e san Carlo Borromeo), la sua presenza torna nel Novecento a farsi forte e preponderante, riacquistando una nuova vitalità e recuperando proprio quell’ambiguità che la Chiesa considerava sconveniente, e che invece ora, al di fuori dell’arte sacra, viene enfatizzata e sottolineata. Un esempio eclatante di questa tendenza è Le martyre de Saint Sébastien, un’opera con testo di D’Annunzio e musica di Debussy, rappresentata per la prima volta a Parigi nel 1911, in cui il protagonista è incarnato da una donna, Ida Rubinštejn, scelta da D’Annunzio perché rappresenta l’ideale androgino con cui si vuole creare la figura di un santo desacralizzato “con aspetti sensuali e anche femminei, immergendolo in un’atmosfera con tratti voluttuosi realizzati attraverso le movenze e le danze dell’attrice” (p. 181). Questo percorso nell’immaginario artistico moderno e contemporaneo che chiude il volume di Manetti dimostra come un’immagine religiosa di antica tradizione possa essere reinterpretata e fatta propria, ad esempio dalla cultura gay, per esprimere vissuti di esclusione, martirio, identità ed emarginazione sociale; oppure mostra come la medesima immagine possa acquisire (in un ambito ancora diverso come quello della moda e della pubblicità) significati glamour e di affermazione identitaria, pur mantenendo un legame con la propria identità visiva storica.

Figura 5 – Fuck Yeha St. Sebastian – Yannis Tsarouchis (1973)

Dall’analisi dell’autore emerge chiaramente quanto quello di San Sebastiano sia un “meme” – cioè “una unità culturale che si propaga per imitazione e contagio nel tempo e nello spazio, prevedendo delle variazioni nel corso della sua diffusione” (p. 201) – che ha fortemente incarnato il nostro immaginario collettivo e ha dato luogo a codici e forme ancora oggi ampiamente presenti e significativi. Allo stesso tempo è anche un segno che cambia a seconda dei diversi periodi storici e dei contesti sociali e culturali in cui si iscrive e questo cambiamento avviene sia dal punto di vista del significante (le diverse iconografie attraverso le quali viene rappresentato), sia dal punto di vista del significato (i molteplici contenuti che gli sono associati).

Il lavoro di ricerca sviluppato da Giovanni Manetti è basato su una prospettiva interdisciplinare che coniuga in modo efficace e convincente la storia culturale con la semiotica e la storia dell’arte senza mai perdere di vista il proprio fulcro tematico. 
È proprio questa complessa iconografia che si dipana lungo un ampio arco cronologico (dalle origini del cristianesimo attraverso l’iconografia medievale e rinascimentale, l’epoca della peste e la Controriforma, fino alle manifestazioni culturali moderne) a rendere san Sebastiano una figura unica nella storia dell’arte (forse la più rappresentata dopo quella di Cristo) e il libro che la descrive e la interpreta una lettura piacevole, interessante e appassionante.

E’ professore di Filosofia e teoria dei linguaggi presso il DISPOC dell’ Università di Siena dove insegna Teorie semiotiche e linguistiche e Retorica e linguaggi persuasivi. 

 

 

 

2023

Giovanni Manetti e Daniela Fausti,

Filodemo, De signis, Sui segni e le inferenze semiotiche, ETS, Pisa.

 

 

Il De signis è il primo, il più importante e completo testo di semiotica che l’antichità classica ci ha lasciato. È contenuto in  uno dei papiri meglio conservati (il PHerc 1065) tra quelli che sono stati recuperati dallo scavo borbonico tra il 1752 e il 1754 nella cosiddetta Villa dei Papiri o dei Pisoni, in cui era situata ad Ercolano, prima dell’eruzione del Vesuvio nel 79 d. C., la scuola del filosofo epicureo Filodemo di Gadara, allievo dell’ottavo scolarca del Giardino, Zenone di Sidone. In esso viene riportato dettagliatamente il dibattito tra gli Epicurei e un gruppo di avversari, normalmente identificati come Stoici, circa il metodo dell’inferenza semiotica. Tre sono le importanti novità che emergono da questo testo.

La prima consiste nel fatto che gli Epicurei sono stati i primi a proporre un vero e proprio “metodo” per costruire le inferenze da segni, basato sulla similarità tra un ente conosciuto e un’entità a cui l’inferenza deve permettere l’accesso; i loro avversari Stoici – e prima di loro Aristotele – avevano individuato, invece, soltanto un “test” in grado di valutare a posteriori la validità logica di una inferenza semiotica, ma non una procedura per costruirla.

La seconda consiste nella chiara affinità tra la metodologia inferenziale epicurea e quella dei medici, soprattutto appartenenti alla scuola degli Empirici.

La terza, messa in evidenza già dal primo editore del papiro, Theodor Gomperz nel 1865, ed in seguito più volte ribadita, è data dal fatto che l’inferenza semiotica epicurea può essere definita “induttiva”, con ciò anticipando di circa 16 secoli il metodo proposto da Galilei e Bacone.

Recensione di Maurizio Bettini a: Filodemo, De signis, a cura di G. Manetti e D. Fausti, ETS, 2022, uscita su Il Manifesto, Alias, 30 luglio 2023

ALIAS DOMENICA

Filodemo, semiotica epicurea nella Villa dei papiri

PENSIERO ANTICO. Passare dal noto all’ignoto col metodo «induttivo»: da ETS nuova edizione commentata del trattato «De signis» di Filodemo di Gadara (il filosofo amico dei Pisoni), riportato alla luce a Ercolano

Erma di filosofo o poeta, Ercolano, Villa dei papiri, rinvenuta nel peristilio rettangolare il 25 aprile 1752, Napoli, Museo Archeologico Nazionale

Maurizio Bettini

Quando Filodemo arrivò in Italia intorno al 74 / 73 avanti Cristo, di certo non aveva idea della singolare sorte che sarebbe toccata prima a lui, poi alle sue opere. Ma essendo un filosofo epicureo, oltre che un raffinato poeta, non se ne sarebbe stupito poi molto, ben sapendo che il caso, giocando con il flusso degli atomi, poteva produrre eventi fra i più imprevedibili. In Italia dunque Filodemo ebbe la ventura di conoscere Lucio Calpurnio Pisone Cesonino, un uomo potente, destinato a diventare addirittura suocero di Giulio Cesare, il quale possedeva una delle ville più sontuose ed eleganti che si affacciavano sul mare di Ercolano.

Nella Villa dei Pisoni Filodemo venne non solo ospitato per molti anni, ma trattato con grande reverenza, visto che la biblioteca di casa finì per ospitare, nel corso del tempo, gran parte delle sue opere. La Villa dei Pisoni, ad Ercolano, doveva essere una sorta di cenacolo di cultura, che ospitava letterati illustri, come Plozio, Tucca, Quintilio Rufo, Sirone, ossia il maestro di Virgilio, e lo stesso autore dell’Eneide. Un ambiente meraviglioso sia per la bellezza dei luoghi sia per la qualità della conversazione che si svolgeva fra gli ospiti: la quale, possiamo arguire, doveva essere fra le più elevate e interessanti.

Filodemo di Gadara (così viene chiamato, perché originario di questa città della Siria) ebbe dunque fortuna nella sua vita, così come la ebbe, in un certo senso, nel lasciare questo mondo oltre un secolo prima che la Villa dei Pisoni venisse completamente distrutta dall’eruzione del Vesuvio che ebbe luogo nel 79 dopo Cristo. Passarono molti secoli da quel tragico evento, ma nel 1738 una scoperta casuale (la presenza sotterranea di un bellissimo pavimento di opus sectile) spinse gli archeologi a scavare nell’area dove un dì sorgeva la villa, riportandone alla luce buona parte delle strutture originali.

Gli scavi durarono anni, anzi decenni, ma la sorpresa più grande venne da un piccolo ambiente dell’edificio – circondato da altri locali simili e da un’esedra che sfociava sul bellissimo peristilio – nel quale vennero alla luce quasi duemila rotoli di papiro, carbonizzati dal fuoco dell’eruzione ma ancora identificabili come tali. Da quel momento la Villa dei Pisoni divenne, inevitabilmente, la Villa dei Papiri, e da parte degli studiosi ebbe inizio un’opera infaticabile di identificazione e – possibilmente – decifrazione di questi ardui ritrovamenti.

La storia di questa lotta fra i papirologi da un lato, l’opera distruttrice del fuoco dall’altro, è cominciata presto, ha subito fasi alterne e talora romanzesche ma, soprattutto, dura ancora. Perché a dispetto del fatto che gli umanisti abbiano spesso mostrato indifferenza (se non sufficienza) nei confronti delle tecnologie, talora ricambiati con analoghi sentimenti da parte di scienziati e tecnici, i papiri di Ercolano hanno suscitato la creazione degli strumenti più disparati e raffinati per risolvere l’arduo problema di srotolare e decifrare rotoli di papiro ridotti a tizzi di carbone: dalla macchina ingegnosamente creata dall’abate Piaggio alla fine del XVIII secolo, fino alle moderne letture realizzate col metodo multispettrale della Brigham Young University, Provo, Utah, non che quelle ottenute con il metodo monospettrale.

L’Officina dei Papiri, creata da Marcello Gigante nel 1969, costituisce ormai il più importante centro di studi sui testi ercolanesi che esista al mondo; e al suo interno i papirologi continuano nella loro preziosa, impagabile opera di decifrazione di questo patrimonio.

Per quello che si è potuto accertare, la biblioteca della Villa doveva esser composta quasi esclusivamente da opere greche. Fra i testi sinora riportati alla luce, infatti, praticamente non figura alcuna opera latina – circostanza davvero singolare, dato il genere di intellettuali e poeti romani che, come sappiamo, la Villa soleva ospitare.

Tale predominio dei Greci non impedisce peraltro ai latinisti di coltivare la segreta speranza che, prima o poi, tramite l’ausilio delle moderne tecnologie vengano restituite loro opere che si ritengono altrimenti perdute per sempre, come gli Annales di Ennio o gli scritti eruditi del grande Varrone … La cosa che ancor più colpisce, però, è la quantità di opere di Filodemo che il laborioso srotolamento dei papiri ha finora riportato alla luce. Al filosofo di Gadara possono infatti essere riferiti almeno settanta rotoli, contenenti scritti che svelano una molteplicità di interessi davvero impressionante.

Si può dire infatti che nessuna branca della filosofia, per come allora era concepita, abbia lasciato indifferente Filodemo. Si contano infatti opere di storia di questa disciplina, trattati di carattere estetico (come una Retorica e una Poetica), saggi sui modi di vita e le passioni, importanti scritti di natura teologica (gli dèi, la loro natura, il loro comportamento erano temi cui gli epicurei destinarono particolare attenzione).

In questa vasta biblioteca, però, un posto speciale tocca a un’opera che il suo primo editore, Theodor Gomperz, battezzò De signis, «Sui segni», e il cui titolo greco originale (che mal si legge sul papiro) doveva probabilmente suonare come «Sui fenomeni e sulle inferenze segniche». Proprio così: quest’opera di Filodemo era appunto un lavoro di carattere semiotico, si occupava cioè del funzionamento dei segni e delle garanzie necessarie affinché le cognizioni, ottenute attraverso questo strumento intellettuale, potessero vantare garanzie di validità.

Sapevamo che il problema costituito dal segno in generale era ben presente alla teoria epicurea della conoscenza. Ma certo quest’opera di Filodemo, interamente dedicata all’inferenza semiotica, costituisce una riflessione che, specie nel panorama filosofico attuale, manifesta un carattere di notevole modernità. Non a caso il De signis attirò l’attenzione anche di Charles Saunders Pierce, uno dei padri della moderna semiologia.

L’edizione più recente dell’opera risale al 1978, allorché Marcello Gigante, Francesca Longo Auricchio e Adele Tepedino Guerra, esaminarono di nuovo il papiro con l’ausilio di un microscopio binoculare, pubblicandone il testo accompagnato da una traduzione inglese. In questi giorni però il De signis di Filodemo torna in libreria, se possiamo usare questa espressione, per merito di due studiosi italiani, entrambi appartenenti all’Università di Siena: Giovanni Manetti, semiologo e antichista, e Daniela Fausti, papirologa e studiosa di medicina antica.

L’opera, pubblicata dalle Edizioni ETS nella collana «Semeia» con il titolo di De signis Sui fenomeni e sulle inferenze semiotiche (pp. 375, euro 34,00) contiene la riproduzione anastatica del testo greco, la sua traduzione in italiano, un ricco (e preziosissimo) commento, seguito da un ampio saggio di Manetti sul contenuto e il valore del De signis; non che da uno scritto di Fausti sulle tracce lasciate nel De signis dal linguaggio e dalla metodologia semiotica utilizzati nelle opere di medicina antica.

Era stata proprio la scienza medica, infatti, sin dai più antichi scritti ippocratici, a servirsi dei «segni» per risalire dal noto all’ignoto: ovvero dai sintomi constatabili sul corpo del paziente, alla natura delle affezioni morbose di cui si poteva ritenere che tali «segni» costituissero la manifestazione visibile. Il che costituisce proprio il nocciolo del problema cui Filodemo specificamente dedica la sua opera, ossia il «passaggio» dal noto all’ignoto nella conoscenza: e soprattutto le garanzie di validità che tale processo esige. Per questo si è potuto parlare, in riferimento al De signis, di un vero e proprio metodo induttivo: in altre parole, con una anticipazione di circa sedici secoli rispetto a quello che verrà proposto da Francesco Bacone. In che cosa consisteva il procedimento semiotico proposto da Filodemo? L’opera ce lo presenta sotto la forma di risposte a ignoti avversari (stoici? accademici?) delle teorie semiotiche condivise dagli epicurei.

In breve, l’inferenza semiotica che Filodemo propone è basata sul principio di «similarità». In altre parole, essa prevede che alcune caratteristiche, osservate negli oggetti appartenenti alla nostra esperienza, vengano proiettate su oggetti dello stesso tipo (ovvero simili) che si trovano invece al di fuori di essa. Diviene così possibile avere conoscenza di ciò che è sconosciuto attraverso la «similarità» che esso presenta con ciò che è conosciuto.

Per fare un esempio, data una o più entità in cui sappiamo che sono presenti le caratteristiche x e y, e che mostrano di possedere anche la proprietà z, noi possiamo inferire che, se incontriamo altre entità non ancora completamente conosciute che presentano le proprietà x e y, allora presenteranno anche la proprietà z. In concreto, se noi sappiamo che gli uomini da noi conosciuti «sono fatti di carne» e «sono soggetti alla vecchiaia», e osserviamo che hanno anche la caratteristica di «essere mortali», allora potremo inferire che, se incontriamo altri esseri che hanno le prime due proprietà, essi saranno anche mortali.

Rispetto alle teorie del segno elaborate dai filosofi precedenti, come Aristotele, la teoria epicurea proposta da Filodemo presenta una importante novità: ossia l’esplicita teorizzazione della «base» su cui, preliminarmente, occorre fondare un’inferenza attraverso i segni: e non la semplice verifica a posteriori, a cose fatte, della inferenza stessa.

A questo punto il discorso sulla teoria semiotica di Filodemo dovrebbe continuare a lungo, analizzando (come del resto lui stesso diffusamente fa) le obiezioni degli avversari, e le risposte che di volta in volta il filosofo fornisce per rintuzzare i loro argomenti. Purtroppo però non ne abbiamo lo spazio.

Preferiamo perciò arrestarci qui, lasciando piuttosto che il pensiero scorra all’indietro da questa nuova, bellissima edizione del De signis al ritrovamento casuale prima della Villa poi dei papiri, all’orrore dell’eruzione, all’arrivo in Italia del filosofo di Gadara e al suo incontro con Pisone… Tutti eventi legati fra loro da fili tanto invisibili quanto casuali: a dimostrazione che la teoria fisica epicurea, con i suoi atomi che si muovevano, scontravano e combinavano variamente nel vuoto, non era poi così infondata.

2021

Giovanni Manetti e Federica Venier,

Émile Benveniste. Le sorgenti segrete di un linguista poliedrico, ETS, Pisa.

2018

(a cura di Giovanni Manetti e Irène Fenoglio), Benveniste. L’enunciazione, la soggettività, il tempo e il confronto con altri autoriBlityri. Studi di storia delle idee sui segni e le lingue, VII, 2 -2018.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2013

In principio era il segno. Momenti di storia della semiotica nell’antichità classica, Bompiani, Milano

Segno  Segno-1  

 


2011

Comunicazione, La Scuola, Brescia (in collaborazione con Adriano Fabris)



 

 


2008

L’enunciazione. Dalla svolta comunicativa ai nuovi media, Mondadori Università, Milano.

L'enunciazione retro  

2006

Specchio delle mie brame. Dodici anni di spot televisivi, ETS, Pisa.

 

 


1998

La teoria dell’enunciazione. Le origini del concetto e alcuni più recenti sviluppi, Protagon, Siena.

 

1988

Sport e giochi nell’antichità classica, Mondadori, Milano.

 

1993

Theories of the Sign in Classical Antiquity, Indiana University Press, Bloomington and Indianapolis (traduzione di Le teorie del segno nell’antichità classica).



1987

Le teorie del segno nell’antichità classica, Bompiani, Milano.

 

1979

L’analisi del discorso, Edizioni dell’Espresso, Roma (in collaborazione con P. Violi).

 

1977

Grammatica dell’arguzia, numero monografico di Versus, 18 (in collaborazione con P. Violi). L'”Introduzione”, pp. 3-12, è scritta insieme a P. Violi; i capitoli “Crittogrammi a meccanismo retorico (tropico)”, pp. 29-43 e “Crittogrammi inferenziali polilessematici”, pp. 44-94, sono scritti da G.M.).



 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

VOLUMI A CURA

2007

(a cura di G. Manetti e A. Prato),

Animali, angeli, macchine. Come comunicano e come pensano, ETS, Pisa. (G.M. ha anche scritto il saggio “Animali, angeli, macchine nella filosofia del linguaggio dall’antichità a Cartesio” pp. 9 – 55).

 

2006

(a cura di G. Manetti),

L’identità turistica on line in Toscana e il caso “Costa degli Etruschi”, Analisi del Centro Studi e Ricerche sulla Comunicazione –

Osservatorio Critico di Castiglioncelllo, ETS, Pisa.

 

2006

(a cura di G. Manetti, P. Bertetti, A. Prato),

Semiofood. Comunicazione e cultura del cibo Atti del XXXI Convegno dell’Associazione Italiana di Studi Semiotici (A.I.S.S.), Castiglioncello, dal 3/10/2003 al 5/10/2003, Centro Scientifico Editoriale, Torino.

 

2005

(a cura di G. Manetti, P. Bertetti, A. Prato),

Guerre di segni. Semiotica delle situazioni, Atti del XXX Convegno dell’Associazione Italiana di Studi Semiotici (A.I.S.S.), Castiglioncello, 8-10 novembre 2002, Testo & Immagine, Torino.

 

2004

(a cura di G. Manetti),

Il contagio e i suoi simboli 2. Arte, letteratura, psicologia,comunicazione. Atti del convegno dell’associazione “Simbolo, conoscenza, società, Siena (Italia) dal 14/6/2000 al 16/6/2000, ETS, Pisa. (G.M. ha anche scritto “San Sebastiano, la peste, il testo. Un tour nel territorio senese sulle tracce del santo del contagio”,

pp. 17 – 36).

2003

(a cura di G. Manetti),

Toscana in rete. I siti dei Comuni e delle Province, Analisi del Centro Studi e Ricerche sulla Comunicazione –

Osservatorio Critico di Castiglioncelllo, ETS, Pisa.

 

2003

(a cura di G. Manetti, L. Barcellona, C. Rampoldi),

Il contagio e i suoi simboli. Fenomeni di contaminazione nei corpi, nella cultura, nella società. Saggi semiotici. Atti del convegno dell’associazione “Simbolo, conoscenza, società, Siena (Italia) dal 14/6/2000 al 16/6/2000, ETS, Pisa.

 

2003

(a cura di G. Manetti e  P. Bertetti),

Semiotica: testi esemplari. Storia, teoria, pratica, proposte, Atti del XXIX Convegno dell’Associazione Italiana di Studi Semiotici (A.I.S.S.), Castiglioncello, 5-6-7 ottobre 2001, Testo & Immagine, Torino.

2002

(a cura di G. Manetti),

Sintomo, Segno, Simbolo”,  volume monografico della rivista Symbolon, Anno IV, n. 7/8, (G.M. ha anche scritto “Introduzione”, pp. 5-8 e il saggio “Sintomi, inferenze, soglie”, pp. 11-35).

2001

(a cura di P. Bertetti e G. Manetti),

Forme della testualità. Teorie, modelli, storia, e prospettive, Testo & Immagine, Torino.

 

2000

(a cura di Giovanni Manetti e Harjeet Singh Gill),

Signs and Signification. Volume II, Bahri Publications, Gobindpuri-Kalkaji-New Delhi (G.M. ha anche scritto “Origins and Some Developments of the Notions of Enunciation”, pp. 209-230).

1999

(a cura di Giovanni Manetti e Harjeet Singh Gill),

Signs and Signification. Volume I, Bahri Publications, Gobindpuri-Kalkaji-New Delhi (G.M. ha anche scritto “La théorie du signe dans l’antiquité classique et la sémiotique contemporaine”, pp. 229-256).

1997

(a cura di G. Manetti),

La città come spazio simbolico, volume monografico della rivista Symbolon, Anno II, n. 3-4, contenente gli atti del Convegno. (G.M. ha anche scritto:  “Introduzione. I simboli della città”, pp. 7-18).

1996

(a cura di Giovanni Manetti),

Knowledge through Signs. Ancient Semiotic Theories and Practices, Brepols, Turnhout (G.M. ha anche scritto: “Preface”, pp. 7-9, e “Introduction: The concept of the sign from ancient to modern semiotics”, pp. 11-40).

 

1994

(a cura di G. Manetti e A. Sorbini),

Crimini di gola. Il cibo nella letteratura gialla, Zefiro, Follonica, 1994. I curatori hanno scritto l'”Introduzione”, pp. 9-14.

 

1992

(a cura di G. Manetti, P. Magli, P. Violi),

Semiotica: storia, teoria, interpretazione, Bompiani, Milano, 1992 (G.M. ha anche scritto: “Trame, nodi, repressioni. Umberto Eco e la storia della semiotica”, pp. 5-24).

1989

(a cura di G. Manetti),

Leggere i Promessi Sposi Bompiani, Milano, 1989 (G.M ha anche scritto: “Introduzione: la semiotica dei ‘Promessi sposi'”  pp. VII-XXIX, e, in collaborazione con I. Pezzini, “La notte degli imbrogli e dei sotterfugi. Segreti di Pulcinella e maschere di verità” pp. 83-109).

 

1988

(a cura di G. Manetti),

Signs of Antiquity / Antiquity of Signs numero monografico di Versus, 50/51, (G.M. ha anche scritto “Introduction” pp. 3-17, e “Perception, Encyclopedia, and Language among the Stoics” pp. 123-144).