Giornali: Interventi e Interviste


Interviste

27 Maggio 2022 – 11.23 Culture Globalist (giornale online)

La lingua dei dialetti ritrovata sui social

Da Instagram a Tik Tok, la comunicazione mediale diventa sempre più local. “Un fenomeno di identificazione e differenziazione”. Il parere del semiologo Giovanni Manetti

La lingua dei dialetti ritrovata sui social

redazione


Di Linda Salvetti 

Napoletano, romano, siciliano. La lingua perduta dei dialetti italiani, imitata, evocata o ricreata, per citare De Andrè, è diventata la voce di molti giovani sui social media, come linguaggio ad uso quotidiano o per diletto. Non è la morte della lingua annunciata da Pasolini. E non è neppure l’avvento di una nuova moda, anzi, è un fenomeno che si ripete. Ma che lingua è? Di che cosa è espressione? E qual è il motivo del suo recupero? Lo abbiamo chiesto al semiologo Giovanni Manetti, ordinario di Semiotica e Storia della Semiotica all’Università di Siena. 

Ripercorrendo attraverso un breve excursus la storia della lingua italiana e non, cosa sono e come nascono i dialetti? 
I dialetti sono vere e proprie lingue, ma, come è stato talvolta tanto argutamente, quanto icasticamente,  detto,“senza una marina e un esercito”. Le lingue, come oggi le intendiamo, sono nate con gli Stati Nazionali. Ad esempio, il francese è nato come lingua di una nazione fortemente accentrata sulla città di Parigi, identificandosi dunque con la parlata dello stesso centro urbano sulle rive della Senna; il tedesco trova le sue radici nella traduzione della Bibbia nel cuore della Germania; mentre, in Italia, le lingue sono nate in corrispondenza degli stati in cui l’Italia è rimasta divisa fino al 1860. Certo, l’influenza dei tre grandi trecentisti, Dante, Boccaccio e Petrarca ha fatto sì che la lingua italiana si identificasse con il toscano “purificato”, che oggi è stato adottato in generale anche dai media. Tuttavia, per avere un “vero” dialetto bisogna che la lingua faccia uso di un lessico diverso da quello standard, come il napoletano, il sardo, il siciliano, il veneto o il romano, che a differenza del toscano vanno oltre le diverse semplici regole di pronuncia locali e regionali. Oggi, nei media mainstream c’è una predominanza delle varietà centro-meridionali, per motivi non linguistici, ma di produzione ed elaborazione culturale, legati alla stessa industria culturale.

Come spiega il recupero di questa lingua perduta?
Pasolini temeva che con l’unificazione linguistica del paese, accelerata anche dalla diffusione della televisione a metà degli anni 50’, si creassero le condizioni per una definitiva scomparsa dei dialetti. Invece, accanto al fenomeno di apprendimento dell’italiano, nel suo senso più tradizionale e comune, recentemente è nata una forma di rivalutazione delle parlate locali. Molti dei problemi legati al rapporto tra lingue locali e lingua nazionale sono ben descritti da Tullio De Mauro, in vari interventi ed anche in uno dei suoi libri più famosi e significativi: “Storia linguistica dell’Italia unita” del 1963.
Una soluzione che viene proposta oggi per ovviare sia alla scomparsa dei dialetti, sia al fenomeno opposto della marginalizzazione di coloro che li parlano/parlavano in maniera esclusiva è il bilinguismo, cioè la contemporanea competenza dell’italiano standard e della lingua locale. Non è un caso che, ad esempio, nella provincia autonoma dell’ Alto Adige (e in alcune zone del Trentino), il bilinguismo si realizzi in modo effettivo anche a livello istituzionale, proponendo nelle scuole, accanto allo studio dell’italiano e del tedesco, quello del ladino, esempio di un dialetto che è una vera e propria lingua sviluppatasi dal latino nelle tre valli, rispettivamente, di Fassa, Gardena e Badia.
Tornare alla conoscenza del dialetto, o non perderla, è fondamentale per conservare le nostre radici e per la protezione e il mantenimento culturale di una lingua altrimenti perduta, e con essa una visione del mondo alternativa o complementare a quella che la lingua standard propone. 

Qual è l’uso prevalente dei dialetti nel panorama artistico e culturale italiano?
Essendo che ogni lingua esprime una propria visione del mondo, esprimersi in dialetto, dove abbiamo non solo un lessico, ma spesso anche delle forme grammaticali diverse, comporta che solo in quella lingua si possano dire le cose che vengono dette. Non è un caso che espressioni alte della nostra poesia nazionale siano rappresentate dalle composizioni di quei letterati che hanno scelto il dialetto come lingua. Si pensi ad alcuni esempi, del resto ben noti. Pasolini stesso aveva scritto delle raccolte di poesie in friulano; il suo interesse per quel dialetto era sorto quando, sebbene fosse nato a Bologna, aveva seguito il padre militare, che era stato trasferito in Friuli, e lì aveva cominciato ad apprezzare la lingua friulana e a cercare di promuovere la sua protezione. “Co la sera a si pièrt ta li fontanis / il me paìs al è colòur smarìt. Jo i soj lontàn, recuardi li so ranis, / la luna, il trist tintinulà dai gris…” (Canto delle campane, 1954). Ci sono poi, le poesie del poeta Carlo Porta in milanese, come “El sarà vera fors quell ch’el dis lu / che Milan l’è on paes che mett ingossa / che l’aria l’è malsana, umeda, grossa / e che nun Milanes semm turlurù…” (E sarà vero quello che dice lei, 1813). La raccolta di sonetti in romanesco di Giuseppe Gioachino Belli, tra i quali “Na caliggine come in cuest’istate / Nu la ricorda nemmanco mi’ nonno. / Tutt’er giorno se smania, e le nottate / Beato lui chi rrequia e ppijja sonno!…” (L’istate, 1833). Infine, giunti al napoletano, non si possono non ricordare le poesie di  Salvatore Di Giacomo e, perché no? di Totò, pseudonimo di Antonio de Curtis, come “Stu core analfabbeta / tu ll’he purtato a scola, / e s’è mparato a scrivere / e s’è mparato a lleggere / sultanto na parola: / “Ammore” e niente cchiù…” (Cuore analfabeta, 1980). Ma gli esempi si potrebbero moltiplicare; e non c’è chi non conosca e si diverta assistendo a quel misto di italiano e siciliano dei romanzi di Camilleri.

Di quale identità il dialetto è espressione nei social media?
L’uso del dialetto è un fenomeno che ha riguardato, prima ancora che nascessero i social, i linguaggi giovanili che hanno attraversato decenni della nostra storia e cultura. I linguisti Emanuele Banfi e Alberto Sobrero nel volume di saggi da loro curato, “Linguaggi giovanili degli anni Novanta” del 1992, mostrano come i linguaggi usati tra i giovani, appartenenti ad una fascia d’età tra i 14 e 20 anni, siano ricchi di espressioni dialettali. Di solito vengono (impropriamente) definiti gerghi, per un loro presunto carattere di segretezza, in quanto dovrebbero sfuggire alla comprensione degli adulti. infatti sono usati per lo più antagonisticamente rispetto al modo di esprimersi dei genitori o delle istituzioni. Per questo tenderebbero ad assomigliare (ma molto superficialmente) a quelli usati dalla mala vita o dalla delinquenza, che dovevano/devono essere incomprensibili agli agenti di sicurezza. Non li possiamo definire come vere e proprie lingue, perché non investono l’intero lessico, ma solo gli ambiti di interesse degli adolescenti che li usano: i genitori, la scuola, i soggetti delle relazioni sentimentali, ecc.
È un fenomeno che riguarda dei giovani ancora non in possesso di un’identità personale, ma che assumono un’identità di gruppo, da un lato come forma di identificazione con i pari e dall’altro come forma di differenziazione da coloro che sono considerati altri da loro, gli adulti. Questa funzione identitaria si riscontra anche nei social, dove il dialetto è usato da un lato per sentirsi parte di un gruppo identificato regionalmente e localmente, in contrapposizione con gruppi di diversa estrazione, e dall’altro con uno scopo umoristico, per dimostrarsi arguti e per far divertire gli altri, creando anche una dimensione di leggera trasgressione dal parlare l’italiano che tutti parlano, che si traduce in una sensazione di libertà. Ed è così che anche nello spazio virtuale dei social, si creano delle comunità di riferimento, e la lingua, così come altre forme di comunicazione, interviene a creare quel fenomeno tipico di identità e socialità specifica. L’elemento di continuità tra linguaggi giovanili del secolo scorso e attuali social è, del resto, dato dal fatto che mediamente i soggetti che li usano appartengono alla stessa fascia di età e, nonostante le differenze, hanno molti tratti in comune.

Interviste

1 Marzo 2022 – 13.27 Culture Globalist (giornale online)

Lingue che si spengono: con la scomparsa di Cristina Calderón sparisce la lingua Yagán

Il semiologo Giovanni Manetti, in questa intervista, ragiona sulle cause del fenomeno sempre più diffuso che interessa le circa 6700 lingue parlate al mondo. Ogni 14 giorni una lingua arriva alla completa estinzione per la scomparsa degli ultimi parlanti


La caduta in disuso di alcune lingue non costituisce certo una novità, ma il dato che oggi risulta allarmante è la velocità con cui migliaia di idiomi si stanno estinguendo. Questa estinzione ha molteplici fattori: culturali, sociali, economici.

A ridosso di questa scomparsa, Giovanni Manetti, professore di filosofia, semiotica e storia della semiotica all’università di Siena, affronta nell’intervista che pubblichiamo un fenomeno sempre più diffuso ma a cui, forse, non si dà il dovuto peso, non considerando le implicazioni culturali e sociali intrinseche.

E’ da poco tempo scomparsa di Cristina Calderón, ultima custode della lingua Yámana.
La caduta in disuso di alcune lingue non costituisce certo una novità, ma il dato che oggi risulta allarmante è la velocità con cui migliaia di idiomi si stanno estinguendo. Questa estinzione ha molteplici fattori: culturali, sociali, economici.
A ridosso di questa scomparsa, Giovanni Manetti, professore di filosofia, semiotica e storia della semiotica all’università di Siena, affronta nell’intervista che pubblichiamo un fenomeno sempre più diffuso ma a cui, forse, non si dà il dovuto peso, non considerando le implicazioni culturali e sociali intrinseche.

Con la morte dell’indigena Cristina Calderon scompare anche la lingua Yámana. Cosa ne pensa?
È molto triste – e al contempo fonte di riflessione – la notizia della scomparsa a 93 anni di Cristina Calderón, l’ultima custode della lingua Yagán, parlata dal popolo indigeno degli Yámana, un gruppo etnico stanziato all’estremità sud del Cile nella Terra del Fuoco. Questo gruppo estende la sua presenza fino a Capo Horn, cosa che lo fa considerare come quello che vive più a sud nel mondo. La totalità della popolazione (ridotta in due secoli di almeno due terzi) ha via via adottato la lingua ufficiale della nazione di cui si trova a far parte, lo spagnolo, considerato lingua di maggiore prestigio, in modo che non c’è più nessun parlante nativo capace di padroneggiare lo Yagán, nemmeno gli stessi figli (ben sette) della donna. Con la sua scomparsa si perde di fatto una lingua nella dimensione che i linguisti definiscono di “Parole”, ovvero di effettiva esecuzione da parte di soggetti che attraverso di essa entrano in interazione. Per fortuna, in questo caso, è stata preservata l’altra dimensione del linguaggio, ovvero la “langue” o codice: infatti nel diciannovesimo secolo un missionario anglicano, Thomas Bridges, stabilitosi nella Terra del Fuoco aveva compilato un dizionario Yagán-Inglese ed una grammatica. La stessa Cristina Calderon ha fatto insieme alla nipote una cosa analoga, redigendo un dizionario Yagán-Spagnolo e raccogliendo contemporaneamente una grande quantità di racconti mitici e canti, tramandati dalla cultura popolare, in un libro dal titolo “Hai kur mamasu shis” (Voglio raccontarti una storia). In questo modo una dimensione della lingua Yagán e una parte della sua cultura che si era tramandata oralmente sono fatte salve.

Quanto è diffuso il fenomeno della scomparsa delle lingue?
In effetti c’è un fenomeno molto preoccupante che interessa complessivamente le circa 6700 lingue parlate al mondo attualmente, ed è quello per cui approssimativamente ogni 14 giorni una lingua arriva alla completa estinzione per la scomparsa degli ultimi parlanti, ed è stata fatta la previsione che in breve un numero collocato tra il 90°e il 40° di lingue è destinato all’estinzione. Un ritmo di estinzione superiore a quello delle specie animali. Inoltre, a livello mondiale, si registra un rapporto inverso tra il numero complessivo dei parlanti e il numero delle lingue: circa 3500 lingue sono parlate da solo lo 0,2% della popolazione mondiale; circa 3000 sono parlate dal 20% e solo 83 lingue sono parlate da circa l’80 %. La conseguenza della loro progressiva scomparsa è quella di perdere il tesoro di conoscenza che è depositato in ciascuna di esse. Come noto, ogni lingua ritaglia il mondo in maniera idiosincratica, il che vuol dire che filtra la conoscenza del reale attraverso le lenti rappresentate dalla sua struttura, che non coincide con quella di nessun’altra lingua, per quanto vi siano similarità tra lingue dello stesso gruppo (ad esempio l’indoeuropeo, le lingue uralo-altaiche, le amerinde, le sino-tibetane, ecc.). Questo fenomeno è noto con l’etichetta di “relativismo linguistico”, legato alla cosiddetta ipotesi Sapir-Whorf, i due linguisti americani, studiosi entrambi delle lingue amerinde, a cui si fa risalire.

Ne costituisce un esempio la struttura della lingua Hopi, parlata da una popolazione indigena amerinda che vive nel Sud-Ovest degli USA. Ebbene, gli Hopi per qualificare le azioni non ricorrono, come noi occidentali, a determinazioni temporali. Hanno solo due tempi dal punto di vista morfologico, il passato e il presente, che vale anche per il futuro, mentre noi ne abbiamo otto: In compenso hanno una grande quantità di determinazioni morfologiche relative all’aspetto, che indicano non il “quando” un’azione è compiuta, ma il “come” (se si svolge puntualmente o se è continua, se è iniziale o finale, se è ripetuta, ecc.). Ma non sono solo i dati grammaticali che interessano la struttura di una lingua. L’altro grande componente, il lessico, è il prodotto di una conoscenza fondamentale riguardo al mondo, che si è sedimentato attraverso la stretta relazione dei parlanti con l’ecosistema: nomi per i comportamenti degli animali, per le piante medicinali, per le tecniche di caccia e pesca, per i segni metereologici costituiscono dei database fondamentali. È stato giustamente notato che spesso i popoli indigeni conoscono molto di più intorno alla vita locale di quanto non sappiano gli studiosi.

In quali zone del mondo il fenomeno si verifica più sensibilmente?
Le lingue che si trovano in una situazione di pericolo di estinzione in effetti si concentrano in alcune aree geografiche del mondo che gli specialisti del Living Tongues Institute for Endangered Languages, in cui è direttore di ricerca il linguista David Harrison, uno dei maggiori conoscitori al mondo dell’argomento, hanno definito Hotspot: si tratta di regioni concentrate sparse in alcune parti del globo, caratterizzate da tre fattori: avere il più alto livello di diversità linguistica, il più alto livello di possibilità di scomparsa e essere costituiti da lingue che sono scarsamente o per nulla studiate. Per calcolare la diversità delle lingue concentrate in un Hotspot si fa ricorso anche al numero di famiglie linguistiche (o unità genetiche) a cui appartengono. Nel caso in cui un’intera unità genetica scompaia, perché nessuna delle lingue che la compongono viene più parlata, il danno è ovviamente molto maggiore. Gli Hotspot sono sostanzialmente sei, concentrati nelle seguenti regioni: 1) l’estrema propaggine ad est della Siberia; 2) il territorio a nord dell’Australia; 3) la parte ovest dell’America del sud; 4) l’Oklaoma e il sudovest degli Stai uniti; 5) l’Altopiano del Pacifico nordoccidentale.

Quali sono le cause di questo fenomeno della scomparsa delle lingue? Perché queste lingue sono soggette all’estinzione? Come mai non c’è almeno un giovane che voglia impararle.
Vi sono sostanzialmente due ordini di cause a determinare il fenomeno della scomparsa delle lingue o anche solo della loro messa in pericolo. Il primo è di carattere biologico e riguarda il fatto che una lingua muore quando l’ultimo parlante di quella lingua scompare; ma il grado di pericolo è dato dal progressivo invecchiamento dei parlanti. Nel caso che questi ultimi siano persone con più di 60 anni, la lingua è considerata “moribonda”. Il secondo ordine di cause è culturale ed è dato dal fatto che un numero crescente di persone scelgono di parlare la lingua dominante o quella delle comunicazioni di massa, come l’Inglese, lo Spagnolo, il Cinese, l’Arabo. In effetti, per quello che riguarda il mondo occidentale, si è assistito tra gli anni Sessanta e Settanta al fenomeno per cui l’Inglese è divenuto la nuova lingua globale, sia per motivi culturali (cinema, letteratura, musica, ecc.), sia per motivi economici (business, commercio internazionale, ecc.). Un ulteriore motivo di questa egemonia è stato l’enorme sviluppo di Internet, che ha generalmente adottato questa lingua. In generale i giovani appartenenti a gruppi etnici minoritari sono spesso scoraggiati dall’usare la loro lingua tradizionale e talvolta discriminati in ambito scolastico. Questa è la ragione per cui non si sentono invogliati a mantenere o a reimparare la lingua dei propri avi.

C’è un modo per evitare la perdita di quello che è un bagaglio culturale immenso e irrecuperabile?
Il fenomeno della progressiva perdita delle lingue è davvero molto serio e in effetti sono state intraprese iniziative per fare fronte alla situazione che vari linguisti hanno da tempo cominciato a segnalare. Uno degli organismi che si è dimostrato più attivo a questo proposito è il già citato Living Tongues Institute for Endangered Languages, che oltre ad un’opera di classificazione delle lingue in pericolo, interviene positivamente nel processo della loro sparizione. Una prima linea di intervento consiste nella promozione di incontri tra gli specialisti e gli ultimi parlanti delle lingue in pericolo, registrando le loro storie e documentando le loro lingue con l’ausilio di mezzi audiovisivi. Una seconda linea portata avanti soprattutto dall’Enduring Voices Project consiste nell’assistenza alle popolazioni indigene nel loro sforzo di mantenere le loro lingue e a conservare le antiche tradizioni, servendosi anche degli strumenti della moderna tecnologia. La terza linea consiste nell’incoraggiare uno stabile bilinguismo che permetta di acquisire in maniera fluente una lingua internazionale e, al contempo, di mantenere la lingua tradizionale, senza vergognarsi perché quest’ultima non è una lingua di potere e di prestigio.

Lei tratta questo tema anche durante il suo corso di semiotica. Come mai? Crede che bisognerebbe prestare più attenzione al fenomeno?
In effetti cerco ogni anno di presentare questo problema nelle mie lezioni di Semiotica. Il fatto è che io concepisco questa disciplina come coincidente con una teoria generale della comunicazione, un po’ come la concepiva Umberto Eco stesso, che è come noto il fondatore e diffusore della Semiotica in Italia. Questa disciplina riguarda sia uno studio sistematico delle lingue e dei sistemi non linguistici, sia l’analisi della dimensione della loro reale e flagrante produzione attraverso i discorsi e i testi, e cioè la dimensione della cultura. Inoltre, è connaturato alla particolare fisionomia della semiotica italiana il fatto di avere anche una dimensione “politica”, sia nel progetto di smascherare l’ideologia nascosta e ammantata di naturalità nei fatti di comunicazione, sia di intervento, perlomeno conoscitivo, in fenomeni di manipolazione causati direttamente o indirettamente da situazioni di potere. E quello della scomparsa progressiva delle lingue è uno di questi.

Interventi

Culture Globalist redazione

5 Marzo 2022 – 12.45

L’astronauta in Ucraina: le capacità profetiche della pubblicità

Il filmato dei primi anni 90 mostra un astronauta Russo che atterra in Ucraina. Riguardava la vendita dell’Atlante Geografico De Agostini

L'astronauta in Ucraina: le capacità profetiche della pubblicità

“L’Ucraina è Ucraina”




di Giovanni Manetti

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Giovanni Manetti

Potrebbe sembrare impossibile, e anzi paradossale, ma talvolta la pubblicità manifesta delle capacità profetiche che ci stupiscono. Forse non molti, ma sicuramente alcuni non più giovanissimi spettatori della televisione si saranno ricordati durante questi terribili giorni della guerra (anche se sarebbe più corretto dire “aggressione”) della Russia verso l’Ucraina di uno spot trasmesso dalle reti televisive nei primi anni novanta, in cui un astronauta russo atterra in Ucraina, appunto, alla conclusione della sua missione spaziale. E non in un luogo qualunque, ma in un pollaio. Richiamata dal trambusto dell’atterraggio si fa avanti una contadina che, per niente spaventata dall’evento insolito, ponendosi le mani sui fianchi, come colui al quale è stata minacciata la quiete ed è pronto a sfidare l’intruso, pronuncia una frase, tradotta dai sottotitoli come “Che cavolo succede?!”.

A questo punto c’è una scena veramente teatrale. L’astronauta, uscendo dalla navicella si toglie il casco e, noncurante dell’umiltà del luogo, anzi pieno di un afflato patriottico, grida “Madre Russia!”; poi si inginocchia in un atto di solenne e nazionalistica religiosità. Il contrasto tra i due personaggi non potrebbe essere più acuto. La passione e l’entusiasmo un po’ candido dell’astronauta e la razionalità un po’ scettica e ruvida della contadina.
Ma qui viene il punto fondamentale. Quest’ultima, noncurante della solennità delle parole dell’astronauta, gli replica prontamente: “Ma che Russia e Russia. Questa è Ucraina!”.

L’astronauta ha un attimo di turbamento, indiziato dal mutare della sua mimica facciale, che si fa interrogativa e un po’ attonita, mentre replica: “Ma l’Ucraina è Russia”. La contadina tira dritto nell’esecuzione delle sue faccende e controbatte implacabile: “L’Ucraina è Ucraina”. L’astronauta comincia a essere seriamente scosso nelle sue certezze, e cerca una controprova che possa tranquillizzarlo. Così chiede: “Di qua Cecoslovacchia, Praga?”. Ma la contadina infierisce ribattendo: “Di qua Slovacchia, Bratislava”.

Lo spot, reclamizzava la distribuzione in edicola dell’Atlante Geografico De Agostini e aveva come slogan “Ne sono successe di cose negli ultimi anni. Per questo il Corriere della Sera vi regala il nuovissimo Atlante d’Italia e d’Europa”, si conclude con un ‘ultima scenetta del povero astronauta in piena crisi di identità, con il figlio della donna e con una gallina, alla quale, tenendola sulle ginocchia, chiede sconsolato: “Tu gallina?”.

L’interprete maschile dello spot era un giornalista vero e proprio, e la storia aveva un curioso precedente. Come si sa, il 25 dicembre del 1991 Michail Gorbacev si era dimesso da Presidente dell’Unione Sovietica e aveva conferito tutti i poteri a Boris Eltsin, che diveniva così Presidente della Russia. Il giorno successivo si disciolse ufficialmente l’Urss e l’atto fu ratificato nella notte tra il 31 dicembre 1991 e il 1 gennaio 1992. Esattamente un mese prima, il primo dicembre 1991, un referendum svoltosi in Ucraina aveva decretato, l’indipendenza di quello stato, con il 90% di preferenze.
Lo spot era stato realizzato nel 1994 dall’agenzia TBWA ed era uscito nel 1995, giocando su un fatto realmente accaduto. Infatti nel maggio del 1991 l’astronauta Sergei Krikalev aveva decollato dalla stazione di Baikour in Kazakistan, allora parte dell’Unione Sovietica, diretto, con una missione ordinaria, verso la stazione orbitante MIR. I fatti relativi alla dissoluzione dell’URSS avevano creato dei problemi per il suo ritorno sulla terra, in quanto si erano dissolti anche gli organi ufficiali deputati alle decisioni relative a lui.

Finalmente il 25 marzo 1992 Krikalev riuscì ad aggregarsi ad un’altra missione di rientro che era già stata programmata e, indossando ancora la tuta spaziale con la scritta CCCP, mise di nuovo piede sul suolo del Kazakistan, nel frattempo divenuto autonomo.
A volte la pubblicità sfrutta genialmente certi fatti della cronaca, che, per un curioso accavallarsi di coincidenze, divengono poi storia e talvolta, come in questo caso, assurgono al ruolo di meme o di ciò che, sempre genialmente, Roland Barthesaveva chiamato “Miti d’oggi”.

Interventi

Ragionamenti gennaio 2022 Culture Globalist

Di Umberto Eco se ne è parlato a lungo in questi giorni. Ma i media hanno detto proprio tutto?

E’ importante ricordare anche la sua attività universitaria con la fondazione di una nuova disciplina come la “semiotica” insieme all’impegno istituzionale per la creazione del Corso di laurea in Scienze della Comunicazione

Umberto Eco a Firenze

Umberto Eco a Firenze


di Giovanni Manetti

È da pochi giorni passato il 5 di gennaio. Data che in sé non avrebbe niente di memorabile, se non fosse che in essa cadeva il genetliaco di Umberto Eco, il quale quest’anno avrebbe compiuto i novanta anni. Naturalmente i media (giornali e televisione soprattutto) hanno dato ampio risalto a questo fatto, con articoli e servizi, a onor del vero, anche piuttosto approfonditi. Si tratta infatti dell’intellettuale – non c’è bisogno di dirlo – forse più rappresentativo della cultura italiana della seconda metà del secolo breve e dei primi due decenni di questo. Quello che è stato messo in risalto, tuttavia, non copre la rotondità intellettuale del personaggio. I media hanno premuto l’acceleratore soprattutto sulla sua attività di romanziere. E certamente a ragione. Hanno poi posto l’accento sulla sua attività di pubblicista per diversi giornali e periodici (ha scritto sul Manifesto con lo pseudonimo di Dedalus negli anni della sua gioventù, ha tenuto per decenni la rubrica settimanale La bustina di minerva su L’Espresso, è intervenuto frequentemente su varie testate a proposito di tematiche politiche e culturali). Ma Eco non è stato solo quello.


Infatti è meno nota al grande pubblico la sua attività universitaria. Molti lo sanno, ma vale sicuramente la pena di ribadirne i particolari, che Eco è – insieme ad altri intellettuali di varie nazioni – il fondatore tra gli anni sessanta e gli anni settanta di una disciplina, allora nuova, la Semiotica, che (per semplificare al massimo) trae le fondamenta da un paragrafo del celebre Corso di linguistica generale di Ferdinand de Saussure del 1916. Eco era entrato in contatto con questo testo attraverso la mediazione di Luciano Berio, che gliene aveva passato una copia quando entrambi collaboravano al Centro sperimentale di fonologia della Rai di Milano, negli anni sessanta. La natura vulcanica di Eco non ci aveva messo molto a far germogliare quel seme, collegandosi a una serie di studiosi che da varie parti del mondo si stavano ponendo sulla stessa linea. Così nell’agosto 1968 aveva partecipato al memorabile Simposio Internazionale di Semiologia, svoltosi a Varsavia (presentando una relazione dal titolo “Lignes d’une récherche sémiologique sur le message télévisuelle”); proprio in questo convegno Émile Benveniste (grande linguista francese e colonna dello strutturalismo) era stato incaricato di formare una Commissione in vista della costituzione della Associazione Internazionale di Studi Semiotici (IASS – AIS), che avrebbe visto la nascita l’anno seguente, precisamente il 21 gennaio 1969. Eco, per parte sua, si sarebbe attivamente adoperato per la costituzione della sezione italiana (AISS) di quell’Associazione, il 13 marzo 1970, alla presidenza della quale sarebbe stato eletto Giacomo Devoto (onorando le origini linguistiche della semiologia) e alla vice-presidenza Eco stesso. 

Il consolidamento del progetto di creazione della nuova disciplina sarebbe stato scandito da due importanti eventi.  Uno è rappresentato dall’organizzazione del primo Congresso internazionale di Semiotica (questa seconda espressione è equivalente a Semiologia e l’identità viene ufficialmente ratificata durante il congresso stesso), svoltosi a Milano nel 1974 e organizzato dallo stesso Eco. L’altro evento è l’uscita nel 1975 (contemporaneamente in Italia e negli Stati Uniti), di un testo che dal titolo già denunciava la volontà di dare sistematicità al campo di studi da poco inaugurato: è il Trattato di semiotica generale, che non a caso è diviso in due parti, Teoria dei codici e Teoria della produzione segnica, le quali ammiccano alla distinzione saussuriana tra langue e parole. Punto di originalità di quel testo, e marcatura della cifra specifica della semiotica di Eco, è la fusione tra la prospettiva linguistica saussuriana e quella filosofica di Charles Sanders Peirce. Da lì sarebbe partito un lungo cammino, le cui innumerevoli e multiformi tappe sarebbe impossibile descrivere dettagliatamente. Qui vorrei ricordare soltanto due aspetti dell’attività di Eco, passati un po’ sotto silenzio nelle celebrazioni attuali. 



Il primo riguarda l’interesse di Eco ad accentuare l’aspetto filosofico della semiotica, che la configura come uno strumento di lettura del reale, in cui la dimensione critica è predominante. Tanto la cultura alta, quanto la cosiddetta cultura bassa (fumetti, letteratura di consumo, pubblicità, ecc.) cadono in uguale misura sotto il suo raggio di indagine, così come il discorso politico, quello di costume e tutti i fenomeni di comunicazione in generale. Basti ricordare, ad esempio, i brevi, ma fulminanti pamphlet Fenomenologia di Mike Bongiorno e Elogio di Franti. D’altra parte, è la stessa concezione filosofica della semiotica che spinge poi Eco – a differenza di tanti altri studiosi della disciplina – a interrogarsi sulla sua storia pre-novecentesca, o almeno su un paradigma che ponga al centro una riflessione sul segno inteso come strumento di conoscenza indiretta. 



Nascono così le indagini sui grandi filosofi del Medioevo (Bacone e Ockam, solo per fare dei nomi), e dell’Antichità classica (Aristotele, gli Stoici, Agostino) che avevano valorizzato la ricerca sui modi di conoscenza attraverso i segni e sul ruolo del linguaggio, nel suo rapporto con la dimensione mentale e con quella della realtà. Eco così, con questo scavo che non è inappropriato definire foucaultianamente “archeologico”, riporta in luce un panorama che era rimasto in gran parte sepolto o relegato in un secondo piano. Di questo filone si ricordano soprattutto gli studi raccolti nei due volumi dedicati rispettivamente all’antichità classica, Dall’albero al labirinto. Studi storici sul segno e l’interpretazione, e al Medioevo, Scritti sul pensiero medievale; anche se non si possono passare sotto silenzio in questo ambito il volume dedicato Alla ricerca della lingua perfetta, che contiene conclusioni illuminanti anche sul problema attuale del multilinguismo, e Arte e bellezza nell’estetica medievale, rielaborazione di alcuni studi nati intorno ed in conseguenza della sua tesi di laurea svolta sotto la supervisione di Luigi Pareyson(1956).

Il secondo aspetto dell’attività di Eco che è passato totalmente sotto silenzio nelle attuali rievocazioni è quello che riguarda il suo impegno istituzionale a favore della creazione del Corso di laurea in Scienze della Comunicazione. Nato nel 1992, questo Corso si presentava assolutamente moderno, nuovo ed inedito sino a quel momento non solo nel panorama italiano; inizialmente molto selettivo, il Ministero ne aveva permesso l’istituzione in soli cinque Atenei italiani (Torino, Bologna, Siena, Roma, Salerno). Eco aveva lavorato allo Statuto che lo avrebbe dovuto innervare insieme ad un gruppo di intellettuali italiani, tra cui il Rettore dell’Università di Siena, Luigi Berlinguer, uno dei primi ad averne avuta un’intuizione. Si trattava in effetti di un esperimento in qualche maniera epocale, che intendeva fondere insieme la dimensione umanistica e quella scientifica intorno al concetto di “comunicazione”, una nozione paradigmatica emersa prepotentemente proprio nel corso del Novecento, in seguito allo sviluppo vertiginoso e alla grande potenza sociale dei media vecchi e nuovi.Ma, a proposito di cose che non sono state ancora dette, molte sorprese ci riserva infine la donazione integrale della biblioteca moderna di Eco all’Università di Bologna, città nella quale ha insegnato per circa quaranta anni e dove ha sede in Via Marsala un Centro di studi a lui intitolato. È previsto che gli oltre 32.000 volumi vengano organizzati nello stesso ordine che avevano nell’abitazione privata e come tali resi fruibili al pubblico degli studiosi. Ma le sorprese non sono finite perché alla sua biblioteca sarà affiancato nel corso del 2022 l’intero archivio dei documenti appartenuti allo studioso (scambi epistolari con intellettuali di tutto il mondo, lettere di invito a convegni, documenti relativi alle numerose Lauree honoris causa conferitegli negli atenei di tutto il mondo, ecc.) e di quelli  da lui elaborati nel corso della sua intera vita intellettuale. E questo non è un fatto da poco, se si immagina di ricostruire la rete di relazioni che attraverso Eco legano la cultura italiana a quella mondiale.

Ragionamenti Cultureglobalist7 giugno 2021

Il luogo manifesto e quello nascosto del pregiudizio. La campagna contro la discriminazione Lgbt

In televisione è partita la campagna pubblicitaria lanciata dall’Unar (Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali) del Dipartimento per le Pari Opportunità. Ma c’è qualche dettaglio da rivedere

Giornata contro l'omotransfobia

Giornata contro l’omotransfobia

di Giovanni Manetti*

Mentre al Senato si discute la cosiddetta “Legge Zan” – o meglio, mentre si “tenta” di discuterla tra molti contrasti e ambigui rallentamenti – in televisione è partita la campagna pubblicitaria lanciata dall’Unar (Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali) del Dipartimento per le Pari Opportunità, consistente in uno spot radiotelevisivo e in una diffusione di messaggi sui social, al fine di sensibilizzare l’opinione pubblica verso la cultura del rispetto e della non discriminazione nei confronti delle persone con orientamento sessuale diverso da quello considerato standard.

La campagna, che è iniziata in corrispondenza temporale con la Giornata  Internazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia, celebrata lo scorso 17 maggio, ha lo scopo, dichiarato dagli organizzatori stessi, di “far riflettere sugli stereotipi e sui pregiudizi per prevenire e contrastare ogni forma di odio e violenza nei  confronti delle persone LGBT”. 

Si tratta di una tipica campagna di “pubblicità sociale”, e, come tale, è basata sul meccanismo semiotico della “provocazione”, la procedura consistente nel fatto per cui viene costruito un “simulacro” negativo di comportamento da parte dei soggetti rappresentati nel testo dello spot rispetto ad un determinato problema, che coinvolga il destinatario in un ipotetico carico di colpevolezza, nel caso che  si identificasse nell’immagine proposta. D’altra parte, all’enunciatore, ovvero al soggetto che è responsabile della produzione e proposta dello spot, viene attribuita una carica di competenza morale (cioè la capacità di discriminare tra ciò che è giusto e ciò che non lo è), che lo pone in una posizione superiore. Ma, affinché il messaggio etico raggiunga il suo effetto è necessario che pure al destinatario in carne e ossa non venga negata una importante dose di quella competenza morale, pena il fallimento della comunicazione.

Lo spot presenta una storia, suddivisa in tre sequenze, in cui questo meccanismo astratto si figurativizza in ben definiti spazi, tempi e persone che agiscono. La storia infatti inizia con una ripresa dal basso che mostra un uomo nell’atto di accingersi a scender le scale di una stazione della metropolitana.

La macchina da presa si sofferma, con inquadrature parziali, sul suo controllare l’orologio, sul suo inserire e ritirare il biglietto ai tornelli, sul suo percorrere lo spazio che lo porterà a sedersi vicino ad una ragazza che sta leggendo un libro e contemporaneamente ascolta musica con le cuffie. Proprio qui si costituisce il luogo topico che vedrà prima un confronto e poi uno scontro tra i protagonisti della storia. Infatti la ragazza, accorgendosi di questa nuova presenza, volge il volto verso l’uomo e costringe lo spettatore pure a posare il suo sguardo in modo più attento verso di lui. Ed allora il confronto tra i due personaggi appare in tutta evidenza: mentre la ragazza è carina e ben curata, l’uomo mostra un aspetto piuttosto trasandato, con la barba incolta e i capelli non curati, fattori che gli conferiscono un’aria vagamente selvatica. E a questo punto la fisiognomica ha già contribuito a definire l’ethos contrapposto dei due personaggi.

Ma lo scontro deve ancora avvenire ed è quello che succede nella seconda sequenza. Una ragazza, altrettanto carina e dall’aria pulita come la prima si incammina lungo il marciapiede della stazione verso la panchina dove sono seduti i due precedenti personaggi. Si sofferma sorridendo davanti alla ragazza seduta, le toglie con un gesto che indizia una precedente confidenza le cuffie e infine si piega su di lei per baciarla. 

Inizia a questo punto la terza sequenza, quella cruciale.

L’uomo seduto accanto è sorpreso da questo gesto, ma il suo atteggiamento passionale passa ben presto dalla sorpresa all’indignazione, che viene manifestata sia da un gesto con la mano che indica ripulsa, sia da una smorfia mimica di disgusto, sia infine con l’alzarsi per allontanarsi da una scena che non condivide. E’ qui che interviene l’azione etica dell’enunciatore dello spot, che condanna l’uomo a rimanere raggelato e bloccato nell’atto di allontanarsi, mentre tutto ciò che lo circonda continua il suo flusso vitale. La voce over ribadisce quel che già le immagini dicono: “Nella vita c’è chi si muove e chi rimane bloccato nei propri pregiudizi”, fino a che non viene enunciato lo slogan finale, che costituisce il “sugo della storia”, come avrebbe detto un grande che di pregiudizi se ne intendeva: “Discriminare è un limite. Rifiuta l’omo, lesbo, transfobia!”.

Niente da dire: lo spot è ben organizzato e chiaro nei contenuti che vuole trasmettere. Ma forse un piccolo appunto gli si può muovere. E riguarda proprio l’uso della fisiognomica che costruisce la contrapposizione dei personaggi. Siamo sicuri che nella realtà il pregiudizio e la discriminazione abbiano così evidenti segni o non avviene piuttosto che spesso si annidino in soggetti del tutto normali e insospettabili? E allora, perché non sottolinearlo? La fisiognomica, dopo tutto, è una pseudoscienza.

*semiologo dell’università di Siena

Interventi

Ragionamenti Culture Globalist 11 dicembre 2021:

“La cattiva coscienza di Amazon e la riparazione dell’immagine incrinata”

L’azienda ha lanciato una serie di spot come quello che ha come protagonista-narratore un giovane nordafricano, Mohamed, presentato nelle note aziendali come un operatore di magazzino a Pomezia

Giovanni Mainetti

Giovanni Mainetti


di Giovanni Manetti

È sicuramente esplosiva la notizia di questi giorni, lanciata con maggiore o minore evidenza da tutti i media – nessuno escluso – di una nuova e ulteriore sanzione al colosso dell’e-commerce di Jeff Bezos, Amazon. Notizia che potrebbe avere ripercussioni sulla reputazione complessiva dell’azienda americana e di conseguenza sulla credibilità accordatale dai consumatori. 

Questa volta è l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato italiana, presieduta dal docente universitario e magistrato Roberto Rustichelli, che ha sanzionato Amazon per “abuso di posizione dominate” (violazione dell’articolo 102 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea). In effetti all’azienda viene imputata una posizione di predominanza nei servizi di intermediazione sul marketplace, che si è tradotta nell’imposizione da parte di Amazon del proprio servizio di logistica presso i venditori attivi sulla piattaforma dell’e-commerce, a tutto svantaggio degli operatori concorrenti. E la multa è piuttosto salata: 1,1 miliardi di euro. Inoltre l’Autorità, al fine di ripristinare le condizioni di leale concorrenza nei mercati rilevanti del commercio elettronico, ha imposto ad Amazon misure di controllo che saranno sottoposte al vaglio di un “monitoring trustee”.

Ma questo è solo l’ultimo dei guai (per così dire) dell’azienda statunitense. 

Poco tempo fa, a fine novembre, l’Antitrust aveva sanzionato con una multa complessiva di 200 milioni un’intesa stabilitasi tra Amazon e Apple, sempre ai danni della concorrenza, perché non era stato permesso a tutti i rivenditori legittimi di prodotti Apple di operare sulla piattaforma del colosso dell’e-commerce, in cui viene portato a termine il 70% degli acquisti online di prodotti elettronici di ampio consumo. Ma non è ancora tutto. Nel 2017 la Commissione UE aveva inflitto ad Amazon una multa di 250 milioni di euro per gli accordi fiscali con il Lussemburgo.

Di fronte a questi eventi, ed ai probabili danni di immagine da essi provocati, l’azienda non ha perso tempo, e già nel corso di questo anno aveva intrapreso una campagna pubblicitaria da diffondersi tramite il medium televisivo, impostata sulla tecnica dello storytelling. Quest’ultimo, come è noto, consiste nell’arte di raccontare storie – per lo più, come in questo caso, inventate– al fine di creare ed ammobiliare il mondo possibile dell’immagine aziendale, immagine nella quale lo spettatore-cliente potenziale possa immedesimarsi. Le storie hanno inoltre il potere di coinvolgere in un modo più diretto i destinatari, stimolando un atteggiamento di empatia che porta a concedere la loro fiducia all’emittente del messaggio.

L’impostazione a cui rispondono gli spot della campagna è quella di portare i potenziali clienti dietro le quinte dei magazzini ad incontrare alcuni degli operatori che non parlano dei prodotti, ma della loro esperienza personale con l’azienda. Il primo di questi spot, che è andato in onda a partire da ottobre, è quello che ha come protagonista-narratore un giovane nordafricano, Mohamed, presentato nelle note aziendali come un operatore di magazzino a Pomezia (Roma), integrato con la nostra cultura tanto da parlare in maniera corrente l’italiano, sebbene con accento e con alcune imperfezioni grammaticali – volute certamente dagli ideatori per creare un effetto di realtà e di autenticità.

Mentre viene ripreso nello svolgimento delle sue mansioni di dipendente aziendale, il ragazzo enuncia subito all’inizio della narrazione della sua storia, la propria filosofia: “Mi chiamo Mohamed. La mia frase preferita è ‘hustle hard’, che è un modo per dire di continuare sempre a lottare”. Ma in cosa consiste la sua lotta? Quali sono i suoi nemici? Principalmente due. Il primo è la povertà, o il suo spettro. Infatti il ragazzo dichiara che con il suo lavoro riesce ad aiutare economicamente i suoi genitori. Il secondo è la disabilità di una sorella più piccola. È interessante che a questo punto la sequenza delle scene in movimento si interrompa per lasciare spazio a delle immagini fisse, come se la disabilità non potesse essere mostrata se non con delle fotografie e con la loro maggiore carica simbolica. Due potenti leve emotive, dunque: la sollecitudine e il contributo nei confronti delle condizioni di indigenza della famiglia e la cura verso una persona con endikap.

Ma non ci sono solo vantaggi, per così dire, “riparativi” nel lavoro di Mohamed, che rischiano di apparire un po’ freddi, ma ce ne sono anche di affettivi. Il ragazzo dichiara di aver trovato nell’azienda “una famiglia”, i cui componenti, gli operatori della sua stessa squadra, nei momenti di relax mettono delle canzoni in modo da vederlo ballare come rapper. Ma in verità in Amazon sembra che non ce ne siano molti di momenti di relax, a giudicare dagli scioperi che soprattutto negli Stai Uniti, e comunque anche in molti altri paesi, ci sono stati per protestare contro i turni massacranti imposti dall’azienda, oltre che per richiedere un trattamento economico più equo dei 15 dollari (lordi, si badi bene) all’ora accordati ai dipendenti.

Interventi

Culture Globalist Ragionamenti novembre 2021

Il ddl Zan e lo spot dei Baci Perugina

La pubblicità è più “avanti” dei parlamentari, ma con giudizio!

Un'immagine dallo spot

Un’immagine dallo spot


di Giovanni Manetti



Il ddl Zan, ovvero il disegno di legge che, come noto, intendeva introdurre “misure di prevenzione e contrasto della discriminazione e della violenza per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sulla disabilità”, ampliando e completando la legge Mancino del 1993, è stato definitivamente affossato al Senato in una tarda giornata dell’ottobre scorso, in mezzo al barbarico tripudio delle destre, alla fine ricompattate su questo tema. 



C’è chi dice che nonostante le decisioni e gli orientamenti politici dei parlamentari, che si sono dimostrati certamente retrivi in materia di diritti civili, la società reale sia più avanti rispetto a coloro che pure dovrebbero rappresentarla. È difficile dire se le cose stiano effettivamente così. Ma ciò su cui non c’è dubbio è che spesso è la pubblicità a farsi portatrice di opinioni sicuramente più in linea con nuove tendenze a questo proposito. La pubblicità è uno specchio della società; se così non fosse perderebbe gran parte della sua efficacia di persuasione. È vero che in linea generale, da questo punto di vista, la pubblicità è spesso conformista ed attestata su modelli consolidati e tradizionali. 

Ma questo non vale sempre; al contrario, nel grande alveo delle sue manifestazioni, mostra di coltivare germogli di innovazione, che certamente coglie nella società civile e ripropone nelle sue forme narrative e spettacolari. Questo è esattamente quello che avviene nel recente spot dei Baci Perugina (on air in televisione dal 24 ottobre 2021, data non casuale se si considera che il DDL Zan veniva presentato il 27). Lo spot promuove una edizione limitata del celebre cioccolatino, proposto con il nome “Bacio Dolce Vita”, che ha la particolarità di racchiudere una granella al gusto di limone e di essere avvolto in un cioccolato bianco al gusto di vaniglia. 



È stato realizzato da The Box Films, ma ha la griffe anche dei due stilisti Dolce&Gabbana, che firmano i 35 tipi di cartiglio con le frasi che accompagnano i singoli cioccolatini. Ma come riesce lo spot a rappresentare i valori di questo nuovo prodotto? Semplice: mettendo in scena un atteggiamento antico e universale: l’amore, che poi è il tema anche delle frasi sui cartigli che avvolgono i cioccolatini, creando una sorta di immagine coordinata. Sulle note della canzone dei Matia Bazar “Per un’ora d’amore”, presenta una passerella di varie coppie che si baciano appassionatamente o teneramente. Così sfilano nella sequenza un ragazzo e una ragazza giovani, un uomo e una donna anziani, una madre con la figlia e, infine, due coppie un po’ più “alternative”, per così dire: due ragazze e due ragazzi. Queste ultime vengono presentate sullo stesso piano delle altre, alle quali vengono assimilate senza stigma alcuno. 



Tutto bene, dunque. Ma attenzione! A guardar bene – e come diceva Flaubert, “Dio sta nei dettagli”, cosicché dalla descrizione di una spazzola di Madame Bovary si poteva cogliere l’inquietudine della protagonista del romanzo omonimo – mentre le due donne non hanno alcun segno speciale, indice di una accettazione senza riserve dell’amore tra di loro, non avviene altrettanto per i due uomini: uno di loro ha tratti del volto molto delicati, tanto che si fatica un po’ a capire che si tratta di una figura maschile, ed in più indossa una giacca rosa, ha al collo una collana di perle di vetro e porta (come il suo compagno) degli orecchini. 



Insomma, per fare accettare questa coppia, e il loro bacio appassionato, uno dei due viene un po’ femminilizzato; segno chiaro di una riserva, per quanto velata e di una reticenza. Ecco allora che vale per la pubblicità la frase che nei Promessi sposi il Ferrer indirizza al cocchiere in un momento di pericolo: “Avanti, Pedro, ma con giudizio!”.  Così la pubblicità è “avanti”, ma con molta circospezione.